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Sei qui:Home»Water»TAC e risonanze magnetiche inquinano le acque

TAC e risonanze magnetiche inquinano le acque

By Redazione BitMATUpdated:14 Marzo 20263 Mins Read14 Marzo 2026
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Dopo esami diagnostici come TAC o risonanze magnetiche, i mezzi di contrasto vengono eliminati dall’organismo attraverso le urine dei pazienti, raggiungono i sistemi fognari e l’ambiente

Il Centro Diagnostico Italiano (CDI) è tra le prime strutture sanitarie in Europa e la prima in Italia a ridurre l’immissione di mezzi di contrasto nelle acque reflue. I dati preliminari delle prime settimane di implementazione del progetto Re.Water sono stati presentati a Vienna durante l’European Congress of Radiology 2026, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati alla diagnostica per immagini.

Il progetto pilota, promosso da Bracco Imaging in collaborazione con il partner tecnologico Zereau e che, insieme a CDI, coinvolge alcune strutture diagnostiche a livello europeo, nasce per affrontare una sfida ambientale sempre più rilevante per il settore sanitario: la presenza di mezzi di contrasto nelle acque reflue ospedaliere. Dopo esami diagnostici come TAC o risonanze magnetiche, infatti, i mezzi di contrasto vengono eliminati dall’organismo attraverso le urine dei pazienti, raggiungono i sistemi fognari e, successivamente, l’ambiente.

Attendere un’ora dopo la TAC

Per intercettare queste sostanze prima che vengano disperse nelle acque reflue, il progetto Re.Water prevede l’installazione di sistemi dedicati alla filtrazione delle urine dei pazienti sottoposti a esami con mezzi di contrasto iodati. I pazienti vengono invitati a rimanere nella struttura sanitaria per un breve periodo aggiuntivo dopo l’esame, per consentire l’eliminazione urinaria iniziale del mezzo di contrasto attraverso servizi igienici dedicati, dotati di dispositivi di filtrazione specifici. I filtri saturi vengono poi trattati in impianti specializzati che garantiscono il corretto smaltimento delle sostanze attive.

Nel corso della sessione “Innovation at the Core of Sustainable Radiology: The Re.Water Project”, ospitata presso lo stand di Bracco Imaging al congresso, il CDI ha presentato i risultati preliminari del progetto pilota. L’esperienza ha coinvolto oltre 400 pazienti sottoposti a TAC con mezzo di contrasto. In questa fase iniziale, il 99% dei pazienti ha aderito volontariamente all’iniziativa. I pazienti hanno scelto di rimanere in struttura fino a circa un’ora dopo l’esame, contribuendo alla filtrazione del mezzo di contrasto dalle urine, riducendone l’immissione nelle acque reflue. I risultati evidenziano un elevato livello di adesione da parte dei pazienti: il 93% ha giudicato l’iniziativa altamente utile nel ridurre l’impatto ambientale delle strutture sanitarie e il 91% ha ritenuto accettabile il tempo di permanenza richiesto dopo l’esame.

Il progetto all’avanguardia di CDI

Se questi dati incoraggianti saranno confermati al termine del progetto pilota, l’ approccio potrà essere esteso e diventare una buona pratica di sostenibilità da implementare a livello ospedaliero.

“La diagnostica per immagini è uno strumento essenziale per la prevenzione e la diagnosi precoce, ma oggi è sempre più importante affiancare all’innovazione tecnologica anche una riflessione sull’impatto ambientale dei processi sanitari”, commenta Katia Iaccarino, responsabile dell’implementazione del progetto presso il Centro Diagnostico Italiano. “Con Re.Water vogliamo dimostrare che è possibile integrare pratiche di sostenibilità all’interno del percorso clinico senza compromettere la qualità dell’assistenza e dl’esperienza del paziente. La sensibilità e il coinvolgimento dei pazienti sono state straordinarie e rappresentano un segnale molto positivo: quando le persone comprendono il valore ambientale di un’iniziativa e si sentono parte attiva del processo, sono propense a partecipare”.

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