L’attacco americano e israeliano all’Iran ha scatenato, come prevedibile, una serie di ripercussioni sulle infrastrutture energetiche e sul trasporto di greggio e gas. Il nuovo report di S&P Global Ratings (“S&P”), approfondisce gli effetti del conflitto in Medio Oriente sulla catena del valore del settore energetico nei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo.
- Lo Stretto di Hormuz rappresenta una rotta commerciale globale cruciale per molteplici materie prime, tra cui petrolio, gas naturale liquefatto (GNL), prodotti chimici e petrolchimici (inclusi i fertilizzanti) e alluminio. L’intensità e l’ampiezza delle azioni militari in Medio Oriente stanno incidendo direttamente su giacimenti di petrolio e gas, infrastrutture energetiche e catene di approvvigionamento, sia per danni fisici sia perché le preoccupazioni legate alla sicurezza inducono le aziende a ridurre le operazioni.
- Allo stesso tempo, i conflitti in corso potrebbero indebolire la fiducia di consumatori e investitori, con effetti negativi sulla domanda e sui valori degli asset, influenzando indirettamente tali settori. Altri canali di trasmissione includono rotte commerciali e di approvvigionamento, prezzi e volumi energetici, flussi di capitale, turismo e movimenti della popolazione.
- La durata delle interruzioni del traffico marittimo attraverso lo stretto sarà un fattore determinante. Il Qatar e i suoi operatori — tra cui la principale compagnia energetica Qatar Energy (AA/Stable/–), la compagnia di navigazione nazionale Nakilat Inc. (AA-/Stable/–) e la società petrolchimica e di fertilizzanti Industries Qatar QSC (AA-/Stable/–) — potrebbero essere tra i più colpiti in caso di interruzioni prolungate. Anche Qatar Energy LNG S2 e S3 (rating senior secured: AA-/Stable/–) risultano esposti, poiché rappresentano una quota rilevante della capacità di esportazione di GNL del Qatar e dipendono prevalentemente dalle rotte marittime attraverso lo Stretto di Hormuz. Potrebbero inoltre esserci implicazioni per esportatori sauditi come Saudi Aramco (non valutata) e Saudi Basic Industries Corp. (A+/Stable/A-1).
- La disponibilità di alcune pipeline alternative potrebbe consentire di deviare una parte dei volumi interrotti. Circa l’88%-90% (al primo trimestre 2025) del petrolio greggio e l’85%-86% (al primo trimestre 2025) del GNL trasportati attraverso lo Stretto di Hormuz sono diretti verso l’Asia (in particolare Cina, India, Corea del Sud e Giappone per il petrolio; Cina, India, Taiwan, Corea del Sud e Pakistan per il GNL). S&P stima che circa 12-13 milioni di barili al giorno di greggio e circa 9-10 miliardi di piedi cubi al giorno di GNL vengano trasferiti verso questi Paesi asiatici attraverso lo stretto.
- S&P stima che circa il 20% del flusso globale di greggio e circa il 20% del GNL mondiale transitino quotidianamente attraverso lo stretto. Secondo S&P, i mercati asiatici sarebbero probabilmente i più colpiti da interruzioni prolungate, poiché la maggior parte delle esportazioni della regione attraverso lo stretto è diretta verso l’Asia, in particolare Cina e India. Nel breve termine, le scorte esistenti potrebbero offrire un certo margine di protezione contro eventuali carenze di greggio. Tuttavia, una chiusura più duratura si ripercuoterebbe sull’intero mercato energetico globale e, di conseguenza, sulle società petrolifere e del gas.
- La disponibilità di rotte alternative sarà determinante per valutare l’impatto delle interruzioni della catena di approvvigionamento. La maggior parte del greggio e dei prodotti petroliferi che transitano nello Stretto di Hormuz proviene dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (circa il 65% al primo trimestre 2025): in particolare Arabia Saudita (37%), Emirati Arabi Uniti (13%) e Kuwait (10%), seguiti da Iraq e Iran. Per quanto riguarda il GNL, il Qatar trasporta la maggior parte dei volumi che attraversano lo stretto (93% al primo trimestre 2025), seguito dagli Emirati Arabi Uniti (7%).
- S&P stima che oltre l’80% delle esportazioni di greggio saudite transiti attraverso lo Stretto di Hormuz, rispetto a circa il 65%-68% per gli Emirati Arabi Uniti. Sia gli Emirati sia l’Arabia Saudita dispongono di opzioni alternative per il trasporto del greggio: per l’Arabia Saudita, tramite l’oleodotto East-West verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso; per gli Emirati, attraverso l’oleodotto verso il Golfo di Oman a Fujairah. Secondo l’Energy Information Administration, tali pipeline non operano a piena capacità. Di conseguenza, circa 2,6 milioni di barili al giorno di capacità risultano disponibili per compensare eventuali interruzioni. Per le entità qatariote, invece, lo Stretto di Hormuz rappresenta la principale via di esportazione; pertanto, anche una chiusura parziale avrebbe un impatto più rilevante sugli emittenti qatarioti con esposizione a petrolio e gas.
- L’aumento dei prezzi spot di petrolio e GNL, legato al premio geopolitico, difficilmente compenserebbe una rapida riduzione dei flussi per gli esportatori. Le aziende che dipendono dalle rotte di esportazione attraverso lo Stretto di Hormuz sono particolarmente vulnerabili a criticità operative della rete logistica, quali ritardi e deviazioni delle spedizioni, aumento dei costi di nolo e possibili chiusure di colli di bottiglia in caso di blocco prolungato, con conseguente incremento dei premi assicurativi. Molti grandi operatori energetici in Medio Oriente sono parzialmente o totalmente controllati dallo Stato e la loro qualità creditizia potrebbe risentire anche di un indebolimento delle finanze pubbliche nei Paesi in cui operano principalmente.


